Recensione: T. Ariemma, “Niente resterà intatto. Introduzione non-convenzionale alla filosofia” (Diogene Edizioni, 2015)

ariemmaTommaso Ariemma

Niente resterà intatto. Introduzione non-convenzionale alla filosofia.

Diogene Edizioni, Campobasso 2015

pp. 96, Euro 10,00.

Una citazione letteraria, una riflessione sull’apocalisse, e poi la penna dell’autore che si rivolge al lettore in seconda persona, come in una epistola, come in quelle opere teatrali o cinematografiche in cui lo spettatore diventa improvvisamente attore. Proprio in questi elementi, tratti dalla prima pagina di Niente resterà intatto, si riconoscono alcuni dei motivi principali del libro di Ariemma: l’esigenza di pensare al come più che al cosa, il recupero della filosofia come stile di pensiero e non come archivio di pensieri, come atto e non come fatto, come educazione allo sguardo obliquo.

Nel suo ultimo libro Tommaso Ariemma ci propone una introduzione non convenzionale alla filosofia. Bisogna dunque chiedersi: in cosa consiste una introduzione convenzionale alla filosofia? Per i più introdurre alla filosofia significa introdurre ai suoi temi e ai suoi protagonisti. Per questa ragione i testi di filosofia per principianti sono di solito articolati intorno a una serie di parole chiave e di autori, fornendo una piccola sintesi di ciò che ognuno ha detto su ogni cosa, e offrendo al lettore ciò che potrebbe chiamarsi il canone della filosofia occidentale.

Il testo di Ariemma parte da presupposti del tutto differenti. Introdurre alla filosofia non significa introdurre a un problema, ma piuttosto spiegare come ci si pone un problema. Non si insegnano le parole dei filosofi, ma si insegna a filosofare. Non si offre una scelta di autori, ma si tenta di spiegare come ci si sceglie i propri autori, come si incontra un autore. E Ariemma lo fa, come sempre nei suoi lavori, a partire da quei pensatori che gli sono più cari – Peter Sloterdijk, Boris Groys – ma soprattutto mostrando una formidabile agilità nella propria ricerca e nelle proprie fonti d’ispirazione, che variano dai saggi ai romanzi, dalle canzoni ai film fino alle serie tv.

Niente resterà intatto, infatti, è certamente anche un’opera di popfilosofia, sebbene non sia stato ancora chiarito cosa ciò significhi. Si potrebbe supporre che un’opera popfilosofica sia un’opera per tutti, pensata per il grande pubblico dei non addetti ai lavori. Ma esiste forse una introduzione alla filosofia per addetti ai lavori? Piuttosto, la componente pop del testo di Ariemma consiste – come sempre – nel rifiuto di ridurre il filosofare a un discorso riconoscibile per il suo lessico, i suoi contenuti o le sue citazioni. Il gesto filosofico di Ariemma è un gesto plastico, e in questo senso – per utilizzare un’espressione dello stesso Groys – in un certo senso antifilosofico. Il suo canone è un canone inverso (come recita, per altre ragioni, il titolo di un suo lavoro precedente). Il principale risultato della lettura è il ritrovamento del monito mosso da Parmenide a Socrate: tutto può essere idea, tutto è quindi oggetto della filosofia, a partire da ciò che a un primo sguardo appare come il totalmente altro rispetto ad essa.

Tutto è oggetto della filosofia, ma non necessariamente il tutto. Il filo conduttore di Niente resterà intatto è proprio la contrapposizione tra due modi di intendere il pensiero, evocati nelle prime pagine dell’Introduzione: la filosofia non deve mostrare che “tutto è uno”, non deve evocare l’identico, ma cambiarci la vita. Imparare a filosofare non significa rifugiarsi nel disimpegno dell’atteggiamento contemplativo, della “morte vivente” di chi cerca la lontananza dalle cose nel mondo: piuttosto, entrare nella filosofia significa imparare a combattere.

Il testo di Ariemma ci presenta ciò contro cui il filosofo combatte. Il Mostro della filosofia ha vari nomi, e tutti questi nomi esprimono quella alterità che ci mostra che nulla di ciò che chiamiamo tutto è davvero tutto. Quella alterità che si esprime nel modo più radicale quando il pensiero ha a che fare con ciò che sembra l’altro più radicale, il nulla. Eppure, come ricorda Ariemma, niente è niente: la filosofia non oblitera il nulla (avrebbe forse senso annullare il nulla?), ma ci insegna come pensarlo. Come recita l’introduzione, fare filosofia significa accedere a una dimensione più elevata e più necessaria, che solo a torto viene scambiata come un luogo sicuro in cui ogni contrapposizione è finalmente superata. Piuttosto, fare filosofia significa accedere alla dimensione del pericolo più estremo. Da qui la provocazione dell’autore, secondo il quale l’unica vera risposta alla domanda sul fine della filosofia è proprio l’accusa mossa a Socrate: la filosofia serve a corrompere i giovani.

Il titolo dell’opera, dunque, rimanda proprio a questo: niente resterà intatto perché la filosofia “tocca tutto”, anche se non può toccare nulla nella propria interezza. La filosofia tocca anche ciò che non può toccare, anche ciò che i filosofi stessi credono che essa non debba e non possa toccare. In questo senso, come l’autore stesso ricordava qualche anno fa in una sua conferenza, la filosofia è costitutivamente dissacrante, perché unisce ciò che è separato, pretende di accedere all’inaccessibile. Niente resterà intatto perché niente resterà “tutto”. Niente resterà intatto perché la filosofia, come recita il testo di una studentessa di Ariemma citato nel libro, è innanzitutto la consapevolezza del cambiamento e della sua inesorabile necessità. Al pensiero dell’identico si contrappone dunque il pensiero di ciò che cambia, ma soprattutto il pensiero che cambia.

Il libro si presenta dunque senza una specifica divisione tematica, ma piuttosto come una raccolta di riflessioni che variano per tema, registro, talvolta addirittura genere letterario. Molto evidente il motivo autobiografico, in cui Ariemma spesso pone la propria esperienza di insegnante, di spettatore, di amico e di interlocutore come terreno vivo di riflessione filosofica.

Ciò non significa, tuttavia, che il testo non abbia una propria coerenza dal punto di vista dei contenuti. Nel corso della trattazione, attraverso i numerosissimi punti toccati – dall’arte agli zombie, dalle serie tv alla chirurgia estetica – emergono alcune costanti, che si chiamano alterità, corporeità, fragilità. La prosa di Ariemma è innanzitutto una educazione all’alterità, che mira a riconoscerla tanto come quel “mostro” che il filosofo deve saper affrontare per chiamarsi tale, quanto per riconoscere la fragilità come quella specifica apertura che permette al filosofo di ripensare alcune delle categorie centrali del pensiero occidentale, dal corpo alla libertà, dalla giustizia alla verità.

Da questo punto di vista, il maggior pregio del libro è forse anche il suo maggior pericolo. La seducente leggerezza della prosa di Ariemma è perfetta per mostrare al giovane lettore – ma anche all’esperto desideroso di una boccata d’aria – la necessità e il fascino di un gesto filosofico autentico. Imparare a replicare questo gesto, tuttavia, non è cosa che si possa spiegare in poche decine di pagine, né questo sembra essere l’obiettivo dell’autore. Il testo di Ariemma è quindi un perfetto avviamento alla filosofia, nella speranza che a quest’ultimo segua una formazione – pardon, una corruzione – altrettanto rigorosa, dal momento che nulla è più difficile della semplicità.

Alessandro De Cesaris

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