Seminario: Forme dell’apparire, primo incontro (Napoli, 6 Aprile 2016)

Locandina_6Il prossimo Mercoledì 6 Aprile si terrà presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi “Federico II” di Napoli il primo incontro del ciclo di seminari “Forme dell’apparire“.

Il primo incontro prevede un intervento del Prof. Marco Ivaldo (La struttura dell’apparire nelle ultime lezioni berlinesi di Fichte) e della Dott.ssa Ilaria Ferrara (La bellezza come simbolo della moralità).

Il seminario avrà inizio alle ore 14 presso l’Aula Salvatore Battaglia. 

Studenti e interessati sono caldamente invitati alla partecipazione. Il seminario conferisce crediti formativi.

 

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Recensione: E. Lask, La logica della filosofia e la dottrina delle categorie (Quodlibet 2016)

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Emil Lask

La logica della filosofia e la dottrina delle categorie. Uno studio sull’ambito di sovranità della forma logica

A cura e con introduzione di Felice Masi

Quodlibet, Macerata 2016

pp. LXXII + 275, euro 26,00

Un’implicazione sembra ostacolare, più di altre, la ricerca della vita buona nel Filebo platonico. Nel suo tentativo d’accostarsi al Bene, infatti, l’effettività vivente risulta inevitabilmente infirmata da una mescolanza (μικτόν), da un’inesattezza, da una fragilità: piacere e mente, finito e infinito, trascorrono fluidamente l’uno nell’altro – dispiegando, in questo modo, l’ambito peculiare del divenire, della γένεσις. La storia della filosofia potrebbe essere letta, in effetti, come il racconto dei secolari sforzi per separare e far chiari gli elementi di questa opacità in cui immediatamente ci troviamo a vivere. Avremmo, cioè, distinto la vita dalla sua verità – la sensibilità dalla sua intelligibilità, l’apparenza dalla sua realtà, la materia dalla sua forma – per ritrovare i modi d’unificazione, le regole d’affinità fra questi due mondi.

Così inizia Die Logik der Philosophie une die Kategorienlehre di Emil Lask, appena pubblicato, per i tipi di Quodlibet, nella sua edizione italiana. Questa «esposizione estremamente elementare e ampiamente dettagliata» (p. 7) vede la luce per la prima volta nel 1911, a Tübingen. Ben presto, essa giunge a toccare le più intime corde della grande filosofia tedesca contemporanea, attirando l’attenzione dei giovani Heidegger e Lukács, come anche di Natorp, Cassirer, Rickert e Jonas Cohn. In una missiva indirizzata a quest’ultimo (acclusa in appendice all’edizione Quodlibet, e datata al 27 novembre 1910), Lask scrive: «La forma valente della verità non sta in un rapporto di raffigurazione né in uno di priorità con l’oggettualità, ma fa tutt’uno con questa. In ciò consiste quella che io chiamo – a torto o a ragione, poco importa – la tesi copernicana; che sia superata ogni distanza e quindi ogni priorità tra le due» (p. 252). Questa identificazione richiama subito una differenza: affinché l’oggettualità valga – affinché, cioè, l’essere al cospetto di un soggetto da parte dell’oggetto avanzi, nella sua differenza dall’oggetto, una pretesa di verità circa l’oggetto stesso – essa deve valere-per qualcosa che, in ultimo, non valga a sua volta per nient’altro: giacché dovrà pur avere un contenuto, qualcosa a favore del quale pretendere. Si potrebbe leggere l’intera Logica della filosofia come un tentativo, inscritto all’interno di un progettato sistema dei «principali problemi logici» (p. 7), di approfondire e ridiscutere tale topografia dell’oggetto logico-trascendentale.

È in questo lavoro che Lask vede il suo contributo alla rivoluzione copernicana annunciata, nella filosofia moderna, dalla Prefazione alla seconda edizione della Critica della ragion pura. Si tratta ormai, per il filosofo galiziano, di farsi carico appieno del gesto lì indicato: «dacché Kant», infatti, «ci ha mostrato come realizzare l’impresa copernicana nell’ambito dell’essere, occorre ora darne prova in tutta la sua estensione» (ivi, p. 28). Com’è noto, l’incipit della Critica della ragion pura ripropone appunto la questione della mescolanza entro cui sembra costituirsi ogni nostra esperienza: poiché, se ogni conoscenza di oggetti comincia con l’esperienza, nondimeno rimane da decidere se essa derivi interamente dall’esperienza; ed anzi, il fatto dei giudizi sintetici a priori dovrebbe farci riconoscere l’operare di una facoltà conoscitiva a priori nella costruzione dei nostri concetti. E, se due sono i «tronchi dell’umana conoscenza» (Critica della ragion pura, Torino 2013, p. 93), tutta la prima Critica è, in sostanza, un’indagine volta a chiarire la logica trascendentale che regola la formazione dei concetti di oggetti a partire dalle due facoltà ad essi corrispondenti: sensibilità e intelletto. «L’intero dogmatismo prekantiano», scrive, a questo proposito, Lask, «[…] ha pur sempre un essenziale tratto in comune: esso sostiene ancora una relazione, una distinzione, una dualità tra oggetto e verità, […] ponendo così l’oggettualità al di là dell’“intelletto”, al di là di ciò che si può intendere teoreticamente, fuori dal contenuto logico di validità. Il vero superamento che Kant compie di ogni “dogmatismo” […] consiste nella rimozione di tale metalogicità, di questa “trascendenza” rispetto al logico […], nel riconoscimento della logicità trascendentale o della forma “intellettuale” che ha l’essere» (p. 33).

Ebbene: i pur meritevoli sforzi che – dal postkantismo fino a Rickert e Husserl, passando per Lotze – hanno inteso radicalizzare quest’indicazione kantiana, accostando all’antica coppia αἰσθητόν – νοητόν quella formata da essere e valere, patiscono, secondo Lask, un limite decisivo. «Il dogma kantiano dell’inconoscibilità del sensibile» (p. 25) ha ristretto, infatti, la rivoluzione copernicana nell’ambito dell’essere, dell’accadimento spazio-temporale, facendo sì che le categorie restassero appunto categorie dell’essere; categorie, cioè, la cui validità (Geltung) potesse avanzare pretese soltanto circa gli enti “naturali”, e che a loro volta, in quanto non-enti, fossero rubricate nel generico ambito del valore (Wert), dell’assiologico, non distinte dagli enti sovrasensibili indagati dalla metafisica – pertinenti, cioè, al non-essere non in quanto in-essente (Unseiendes), ma in quanto oltre-essere (Übersein). Si tratta, del resto, di una limitazione che genera problemi anche nel luogo del suo sorgere, se si tiene a mente che il criterio per la distinzione di tutti gli oggetti in fenomeni e noumeni – la scomponibilità dell’oggetto in forma e materia, e dunque la possibilità, per esso, di essere sottoposto ad indagine trascendentale deve appunto riguardare l’oggetto in generale, piuttosto che l’oggetto specificamente costituitosi nell’esperienza sensibile (Critica della ragion pura, cit., pp. 264-280).

A fronte di tale questione, è proprio la filosofia a riconoscere il suo proprio problema in quello dello statuto di validità delle categorie – cioè nel problema del senso e della verità dell’esperienza. Essa si ritrova, in tale lavoro di chiarificazione trascendentale, a farsi chiara sempre anche a se stessa: la teoria della categoria formulata nell’opera di Lask è, così, anche una logica della filosofia. Quest’espressione, esplicitamente ripresa da Croce, indica qui una teoria della conoscenza speculativa, volta a riguadagnare, attraverso una ristrutturazione del sistema delle categorie, un nuovo ambito d’applicazione per le stesse.

Occorre dunque, ai fini di questa «enorme rettificazione […] della rappresentazione della sfera della validità così com’è finora invalsa» (p. 38), mettere alla prova il discrimine che, finora, ha tradizionalmente diviso il mondo sensibile dal mondo intellegibile – vale a dire il tempo. Nel saggio introduttivo di Felice Masi, curatore e traduttore dell’edizione italiana, si mostra come Lask rifiuti una nozione di a priori quale principio formale di differenziazione materiale antecedente alla costituzione oggettiva, per definire piuttosto «la forma dell’a priori a partire dal suo livello costitutivo, ovvero quello in cui essa si distingue nei suoi significati (o ambiti) in virtù di ciò che non è del suo medesimo genere» (p. XXXIII). Assunta questa nozione di «logica dell’oggetto trascendentale, in quanto dottrina della differenziazione di quest’oggetto, ovvero della costituzione di oggetti differenti, poiché in ciascuno di essi diversamente si differenzia la forma sulla materia» (p. XXXII), una nuova intenzionalità – non ricondotta ad una legalità dell’attività conoscitiva, ma ad una “topica” logica – risulta animare la struttura dell’oggetto trascendentale; e «diventa evidente che nelle cosiddette verità intemporali solo la loro forma ha la specie della validità intemporale. Le verità in quanto totalità non sono affatto qualcosa d’intemporale, ma qualcosa d’intemporale riferito a un non-intemporale che ne è investito. Nel regno della verità, cioè del senso teoretico, ha una sua collocazione anche […] l’essente-sensibile in quanto materiale, in quanto ciò che è investito, ma non perciò annientato» (ivi, p. 39).

L’introduzione del curatore procede legando questo problema alle altre questioni di rilievo innervanti il denso scritto laskiano: al nodo relativo al ruolo della riflessione nella logica della filosofia, in primis, e poi ai temi della genealogia della soggettività, del pre-categoriale, della critica all’ontologia dogmatica – per citarne soltanto alcuni. L’opera dispiega tale ricchezza di temi nella limpida organizzazione del suo indice: ad una parte critico-preparatoria intitolata alla Logica delle categorie dell’essere, segue la trattazione effettiva della teoria della categoria in rapporto al non-sensibile, la Logica delle categorie filosofiche, a sua volta divisa in una parte teoretica e in una rapida trattazione della storia della nozione di categoria, da Platone al postkantismo. Un agile apparato critico aiuta la lettura del testo, la cui traduzione (condotta sull’edizione della Logik der Philosophie pubblicata nel secondo volume delle Gesammelte Schriften, Tübingen 1923) è arricchita dalle note che, negli anni successivi, Lask stilò nella sua copia personale. L’edizione italiana riprende, in questo modo, i criteri editoriali osservati nell’edizione francese (La logique de la philosophie et la doctrine des catégories, Paris 2002), di pochi anni successiva alla prima traduzione dal tedesco – quella inglese (The Logic of Philosophy and the Doctrine of Categories, London 1999). L’iniziativa di Quodlibet, del resto, consolida una tradizione tutt’altro che debole di studi italiani su Lask – tradizione che, ad ogni modo, non ha fino ad oggi comportato l’esigenza di un ampio lavoro traduttivo. Delle quattro grandi opere che Lask pubblicò in vita (Fichtes Idealismus und die Geschichte del 1902, Rechtsphilosophie del 1905, Die Logik der Philosophie del 1911 e Die Lehre vom Urteil del 1912), ad oggi, soltanto due sono tradotte in italiano – la Logica della filosofia, appunto, e la Filosofia giuridica, tradotta e curata da Agostino Carrino per l’editore napoletano ESI, nel 1984.

Immerso nella più profonda vita del pensiero filosofico europeo, lavorando alle radici di quelle che sarebbero diventate le grandi partizioni della teoresi novecentesca, Lask è sempre stato tratteggiato come una figura di mezzo, per così dire – sempre attraverso, cioè, più celebri mezzi di contrasto: tra neocriticismo e fenomenologia, tra neocriticismo e neohegelismo, tra Heidegger e Lukács. Con la pubblicazione di questa Logica della filosofia, il lettore italiano è messo in grado, per contro, non soltanto d’affrontare il cuore pulsante della teoresi laskiana, ma anche di utilizzarlo, a sua volta, come cartina tornasole di una temperie culturale che – pur custodendo in sé i tratti dell’inizio di quella crisi del pensiero europeo che ancora, radicalmente, ci coinvolge – rimane ancora, per buona parte, inesplorata.

Francesco Pisano

Incontro: “La leggenda di Marebasso” (Ischia, 10 Marzo 2016)

Leggenda di MarebassoIl prossimo giovedì 10 marzo, alle ore 18, nella Biblioteca Comunale Antoniana si terrà un incontro con Vincenzo Italiano e Moreno Cervera sul tema LA LEGENDA DI MAREBASSO.
Dall’arso di Burghiglione alle Pigniture, dalla Pischera alla Corteglia, rivisitazione di un Luogo Antropologico. Una conversazione che si sviluppa attraverso più itinerari che visitano luoghi noti e attuali che però vengono riconosciuti con nomi del passato e ci danno la misura del cambiamento di una comunità.

“Quando un Luogo viene marchiato dal sigillo dell’effimero e si trasforma in set cinematografico, dove gli indigeni assumono il ruolo di comparse a beneficio dei turisti-spettatori paganti, si avvia a diventare un Non Luogo.”

L’incontro è organizzato dal Centro Studi Isola d’Ischia.
La locandina è scaricabile al seguente link.